Il vino italiano affronta nel 2025 una contrazione produttiva e commerciale su scala ampia: i ricavi dei principali produttori nazionali cedono il 2,8% rispetto all’esercizio precedente, con l’estero che accusa una flessione del 3,4% e il mercato interno del 2,2%. La redditività si deteriora a tutti i livelli della catena del valore: l’Ebitda registra un -4,2%, l’Ebit un -9,5% e il risultato netto un -7,5%. Anche la ristorazione soffre: il canale Ho.Re.Ca. perde il 2% in valore, coprendo il 17,2% degli scambi complessivi, mentre enoteche e wine bar arretrano del 5,1%, con una quota di mercato del 5,5%. A monte di questi risultati, un dato demografico significativo: i consumi pro-capite in Italia sono passati da 38 litri annui nel 2022 a 35,6 litri nel 2025, una contrazione del 9,4% che segnala un cambiamento profondo nelle abitudini di consumo. Il quadro è tratto dall’Indagine sul settore vinicolo in Italia dell’Area Studi Mediobanca, che prende in esame 255 società di capitali con fatturato 2024 oltre i 20 milioni di euro e ricavi aggregati pari a 12 miliardi, per metà generati sui mercati internazionali.
La pressione si distribuisce in modo disomogeneo lungo la filiera: le imprese di minori dimensioni, con fatturato 2024 sotto i 30 milioni di euro, accusano un calo del 3,5%, mentre quelle ad alta intensità patrimoniale — con immobilizzazioni materiali superiori al 30% del totale attivo — registrano una contrazione del giro d’affari del 3,7%. Le vendite in azienda arretrano dell’1%, attestandosi al 7,8% del mercato; in arretramento anche i canali digitali: -2,4% per i siti proprietari, -3,6% per le piattaforme di terze parti.
A livello di categorie merceologiche, le bollicine italiane si rivelano le più resilienti, con una flessione delle vendite limitata all’1,5% contro il -3,3% delle tipologie ferme. I vini biologici conquistano il 6,2% del mercato, ma registrano anch’essi un calo dello 0,8%; i vini No-Low Alcol rimangono marginali, sotto lo 0,5% del totale. Il segmento di fascia media è quello che cede di più (-3,1%), davanti ai vini di entrata (-2,7%) e ai premium (-2,2%). Un contesto che non coglie di sorpresa gli operatori: negli ultimi cinque anni l’80% dei produttori ha già registrato una riduzione della domanda, e per circa due terzi questa dinamica è destinata a prolungarsi nel prossimo triennio.
Sul versante delle esportazioni, l’annata 2025 non inverte la rotta: i flussi verso i Paesi UE segnano -2,8% (37,2% del totale esportato), quelli verso gli Stati Uniti -6,3% (70% del Nord America); il Regno Unito rimane pressoché invariato con un -0,7%. La posizione competitiva dell’Italia sul piano globale regge comunque: il Paese si conferma primo esportatore mondiale per volume con 21 milioni di ettolitri e secondo per valore con 7,8 miliardi di euro, superato soltanto dalla Francia con 11,2 miliardi.
La graduatoria per fatturato vede in testa Cantine Riunite-GIV con 635,1 milioni di euro (-4,6% sul 2024), davanti ad Argea con 462,9 milioni (-0,3%) e a IWB con 395,9 milioni (-1,5%). Caviro chiude con un fatturato 2024 di 351,3 milioni, in calo dell’8,8%. Nel gruppo delle otto realtà tra 200 e 300 milioni figurano Antinori a 259,7 milioni (-0,7%), Herita Marzotto Wine Estates a 246,7 milioni (-0,6%) e Cavit a 242,8 milioni (-4,1%). L’orientamento all’export di alcune cantine è pressoché totale: Fantini Group arriva al 95,7%, Argea al 93,8%, Ruffino e Fratelli Castellani superano entrambe la soglia del 90%.
Dal punto di vista geografico, il primato del Veneto è confermato: la regione concentra oltre un quarto della produzione nazionale in volume e più del 35% in valore, trainando anche l’export con una quota superiore al 35% del totale italiano. La Toscana eccelle per Ebit margin (15,5%), l’Abruzzo guida per Roi (8,1%). Le contrazioni più severe nel 2025 colpiscono le imprese del Friuli Venezia Giulia (-5,7% nelle vendite complessive), la Sicilia (-7,8% sui mercati interni) e, sul fronte delle esportazioni, Toscana (-3,9%) ed Emilia-Romagna (-4,4%).
Il settore risponde alla sfida con investimenti e un rinnovato orientamento strategico: il 58% dei grandi produttori prevede una ripresa delle vendite nel 2026. La diversificazione dell’offerta è la leva più citata (72%), seguita dall’esplorazione di nuovi mercati (64%) e dal potenziamento della comunicazione (60%). Per i consumatori, il prezzo rimane discriminante in circa due terzi dei casi, mentre la qualità è considerata decisiva da circa la metà delle aziende. Gli investimenti totali crescono del 3,5% sul 2024, concentrati su cantina (90%), efficienza energetica (77%) e tecnologia (57%); la spesa pubblicitaria invece si riduce del 5,4%, scendendo al 2,6% dei ricavi.

