Il successo internazionale del Prosecco DOC non si misura soltanto in volumi. Forse il segnale più significativo arriva da dove meno ci si aspettava: la Francia, culla dello Champagne e riferimento mondiale per le bollicine, è oggi il terzo importatore globale della denominazione.
Un dato che, in un periodo segnato dal rallentamento generale dei consumi e dalla pressione crescente sui mercati del vino, vale la pena analizzare con attenzione. Come si costruisce un risultato di questa portata e quali sono le scelte che lo rendono possibile?
Lo abbiamo chiesto a Luca Giavi, Direttore del Consorzio di Tutela della DOC Prosecco, incontrato a Parigi in occasione di Wine Paris.
I numeri della denominazione
Nel 2025 il Prosecco DOC ha raggiunto circa 667 milioni di bottiglie prodotte, per un valore complessivo di 3,6 miliardi di euro. Oltre l’82% della produzione è destinata ai mercati esteri, con una presenza capillare in 164 Paesi. Gli Stati Uniti si confermano primo mercato di sbocco, seguiti dal Regno Unito e dalla Francia, dove la crescita della domanda segnala qualcosa di più profondo di una semplice sostituzione simbolica: l’ingresso del Prosecco nei momenti quotidiani della convivialità.
Il prodotto al centro
Secondo Giavi, il risultato non è riconducibile soltanto a dinamiche di mercato, ma alle caratteristiche intrinseche del vino. Analisi qualitative condotte in Francia dal Consorzio in collaborazione con Wine Monitor indicano che oltre il 50% del Prosecco viene consumato tal quale, smentendo la narrativa che ne attribuisce il successo principalmente alla miscelazione.
«Il driver di scelta non è il prezzo», sottolinea Giavi, «ma le qualità del prodotto: piacevolezza, freschezza, moderata aromaticità e versatilità».
Un vino per ogni occasione
È proprio questa versatilità a permettere al Prosecco di inserirsi con naturalezza nei diversi contesti del consumo contemporaneo. Giavi ricorre a un’immagine efficace per descriverla: «Il Prosecco è come un tubino nero o una giacca blu: puoi abbinarli in varie situazioni, con accessori differenti, e funzionano sempre».
Una duttilità che si ritrova anche nel rapporto con la mixology. L’ingresso del Prosecco nel mondo del miscelato non è stato privo di resistenze — per lungo tempo interpretato come una diluizione identitaria — eppure il vino ha mantenuto la propria traiettoria, accompagnando l’evoluzione dei linguaggi del bere. In un panorama in cui il cocktail non è più standardizzato ma costruito su scelte precise — quel gin, quella tequila, basi e stili specifici — il vino trova nuovi spazi espressivi.
«Per un miscelato di qualità servono ingredienti di qualità. Il vino è storicamente parte della miscelazione. Ghettizzare questi linguaggi significherebbe impoverire il nostro mondo».
Ricerca e governance di filiera
Parallelamente al lavoro sui mercati, il Consorzio guarda alla dimensione produttiva. Sono in corso attività di ricerca sulla riduzione del grado alcolico naturale e sulla selezione di varietà resistenti di glera (PIWI), insieme allo sviluppo di tecniche agronomiche capaci di rispondere alle trasformazioni climatiche. Un percorso di studio e validazione scientifica che precede qualsiasi eventuale modifica ai disciplinari.
Governare una filiera come quella del Prosecco DOC significa anche gestire una complessità notevole: 12.000 viticoltori, 1.200 vinificatori e 350 case spumantistiche, realtà che spaziano dalla micro-azienda familiare alle grandi imprese internazionali.
«Il nostro lavoro è fatto di ascolto e dialogo. Dobbiamo contemperare esigenze molto diverse, dal piccolo viticoltore alla multinazionale. L’obiettivo non è trovare un compromesso al ribasso, ma un punto di equilibrio alto che diventi opportunità per tutti, senza mai dimenticare che siamo di fronte a lavoratori, uomini e donne, famiglie. È una grande responsabilità».
Milano Cortina 2026 e la visibilità globale
La crescita internazionale della denominazione passa anche attraverso grandi palcoscenici: il Prosecco DOC è stato scelto come sparkling wine ufficiale dei Giochi Olimpici e Paralimpici Milano Cortina 2026, una vetrina simbolica che rafforza il legame tra vino italiano, territorio e contemporaneità.
Leggere il cambiamento
In un mercato che ridefinisce continuamente abitudini e modalità di consumo, Giavi invita a non distogliere lo sguardo da ciò che accade.
«Il mondo cambia e dobbiamo osservare con attenzione ciò che sta accadendo. Non sappiamo se alcune tendenze siano mode o fenomeni strutturali, ma ignorarle significherebbe perdere potenzialità».
E conclude con una riflessione che riguarda l’intero comparto: «Per troppo tempo abbiamo pensato al consumatore come depositario di conoscenze tecniche. Non è così. Se vogliamo che il vino resti componente della nostra alimentazione deve essere sempre più comprensibile e accessibile».

