Tra gli imperativi della transizione ecologica quello della valorizzazione degli scarti sta assumendo una sempre maggiore centralità, volano per contribuire alla riduzione del consumo di risorse naturali, spinta che orienta e condiziona, in un modello organizzativo e produttivo che voglia essere concretamente circolare, la scelta della tipologia di packaging più in linea con l’obiettivo della sostenibilità.
All’interno del nuovo paradigma che sostiene lo schema detto delle 3 R, “Ripara – Riusa – Ricicla”, tra le diverse opzioni disponibili sul mercato il vetro si presenta come soluzione strategica che può giocare un ruolo cruciale soprattutto per bevande ed alimenti.
Materiale inerte che garantisce una perfetta conservazione non interagendo in alcun modo con il contenuto, mantenendo sapori e profumi originali inalterati, impenetrabile ad agenti chimici e gassosi provenienti dall’esterno ed eccellente isolante termico, il vetro ha dalla sua proprio la possibilità di essere riutilizzato infinite volte senza subire degradazione durante il processo di riciclaggio, che può avvenire più volte senza compromettere le sue proprietà.
È quanto confermerebbe anche lo studio comparativo “La riciclabilità dei materiali per contenitori: la specificità del vetro”, realizzato dal prof. Vincenzo Maria Sglavo dell’Università di Trento e presentato da Assovetro il 18 marzo scorso, un contributo tecnico che si inserisce in maniera funzionale a supporto del dibattito su imballaggi e sostenibilità.
Al centro della ricerca il confronto con altri materiali più comunemente impiegati per contenitori come PET, alluminio e multistrato poliaccoppiato, di cui lo studio prende in esame, per valutare l’impronta ecologica, la produzione del materiale vergine, il processo di trasformazione e la produzione con materiale riciclato.
Dall’analisi dei dati e delle evidenze raccolte emergerebbe che tra i quattro materiali per contenitori esaminati il vetro, il cui tasso di riciclo stimato per il 2024 toccherebbe l’81,9%, richiederebbe nella sua produzione i minori quantitativi di energia, dunque responsabile di inferiori emissioni di CO2 ed associabile a consumi di acqua trascurabili, se confrontato con gli altri tre materiali.
I processi di trasformazione per la conversione in contenitore non risulterebbero, invece, dissimili in termini di impronta di anidride carbonica e di energia, tra vetro, alluminio, PET e multistrato, mentre vetro e alluminio vincerebbero la sfida del riciclo, con il multistrato che non supererebbe il 40%.
Lo studio offre anche una vista sui sistemi di raccolta differenziata e riciclo evidenziando come vetro e alluminio ad oggi possano godere di sistemi e schemi di riciclo consolidati. Il vetro in particolare disporrebbe di una filiera in grado di garantire una materia prima seconda di ottima qualità per produrre nuova materia, con sprechi quasi nulli.
Nel confermare le superiori potenzialità del vetro in un’ottica di economia circolare la ricerca pone però anche l’accento su importanti aree di miglioramento rispetto alle quali l’industria di riferimento è chiamata ad intervenire.
Nota dolente resterebbe infatti l’alta densità: una bottiglia di vetro da 500 ml pesa circa 15 volte in più, ad esempio, di una lattina di alluminio della stessa capacità, condizione che ne influenza negativamente l’impronta carbonica nei trasporti. Nonostante si stia lavorando per realizzare contenitori sempre più leggeri, arrivando in alcuni casi a bottiglie da vino fermo da 75cl che pesano 300 grammi, è dunque necessario restare focalizzati su questo aspetto per ridimensionarlo mantenendo inalterate le altre qualità e performance.