Dal 2013, quando l’organizzazione britannica Alcohol Change UK ha lanciato l’iniziativa del Dry January come momento di pausa dopo gli eccessi delle festività, questo appuntamento annuale ha rappresentato per molti un’occasione per riconsiderare le proprie abitudini di consumo. Quella che nacque come sfida personale volta a valutare l’impatto dell’alcol sulla vita quotidiana sta però attraversando una fase di trasformazione significativa.
Il cambiamento non riguarda tanto l’attenzione verso un consumo responsabile, quanto le modalità attraverso cui questa attenzione si manifesta concretamente.
Le rilevazioni statistiche da diversi contesti geografici delineano un quadro evolutivo coerente. Negli Stati Uniti, una ricerca di Drive Research realizzata su 1.000 adulti rivela come nel 2025 circa il 33% abbia aderito al mese di astinenza, registrando percentuali elevate di chi ha portato a termine l’impegno.
Parallelamente si registra l’espansione del “Damp January“, un approccio basato sulla riduzione consapevole piuttosto che sull’eliminazione totale, che avrebbe interessato il 15% del campione con una crescita rispetto all’anno precedente. Particolarmente indicativo risulta l’orientamento futuro: quasi la metà degli intervistati (48%) manifesta l’intenzione di ridurre il consumo nell’arco dei successivi dodici mesi, mentre risulta marginale chi prevede un aumento. L’astinenza di gennaio sembrerebbe dunque configurarsi sempre più come catalizzatore di consapevolezza piuttosto che come traguardo conclusivo.
Dinamiche simili caratterizzano anche il panorama europeo. L’indagine Bevtrac condotta da IWSR tra 2024 e 2025 su quindici mercati mondiali evidenzia come l’adesione a periodi mensili di astinenza stia diminuendo, particolarmente tra i consumatori più giovani della Generazione Z in età legale. Nel nostro Paese, la percentuale di giovani che dichiara di aver osservato un mese senza alcol è passata dal 26% al 16%. Tale contrazione non rifletterebbe necessariamente un incremento dei consumi, quanto piuttosto un distacco dall’idea che l’astinenza concentrata in un periodo definito costituisca la strategia più efficace per modificare i comportamenti. L’orientamento emergente privilegerebbe invece una diminuzione graduale e distribuita nel tempo, sia in termini di frequenza che di quantità.
Il contesto britannico fornisce ulteriori spunti di riflessione. Se da una parte il Dry January mantiene una forte riconoscibilità culturale, dall’altra le analisi di mercato evidenziano come una quota crescente di consumatori consideri questo modello eccessivamente rigido o prevalentemente simbolico. Anche qui l’equilibrio si sposterebbe dall’astinenza netta verso una regolazione più articolata del consumo, con maggiore attenzione alle circostanze, alle modalità e alle dosi.
Considerati complessivamente, questi indicatori non delineano una crisi del Dry January, ma piuttosto una sua evoluzione nel ruolo. L’approccio moderato sembrerebbe progressivamente abbandonare la dimensione performativa e circoscritta per acquisire una connotazione più quotidiana e integrata nelle routine.
In questa transizione, il consumo non viene eliminato ma rimodulato secondo nuovi parametri di equilibrio, consapevolezza e appropriatezza contestuale, anche grazie alla crescente disponibilità di proposte no e low alcohol che consentirebbero di praticare una moderazione costante preservando gli aspetti rituali, sociali e relazionali legati al bere. La loro affermazione sembrerebbe accompagnare e facilitare una trasformazione più profonda: non l’interruzione del consumo, ma la sua gestione calibrata durante tutto l’anno. In questa prospettiva, il Dry January conserverebbe il valore di soglia simbolica, un momento di innesco che introduce a un rapporto con l’alcol meno dicotomico e potenzialmente più sostenibile nel lungo periodo.

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