Il vino come presenza ordinaria, capace di accompagnare la vita quotidiana senza essere necessariamente raro, costoso o memorabile. È una delle prospettive che attraversano Il profumo del bicchiere mezzo pieno, il libro di Angelo Peretti pubblicato da Edizioni Ampelos.
Il volume raccoglie circa cento testi nei quali esperienze, incontri, ricordi e osservazioni quotidiane provano, pagina dopo pagina, a rispondere a una domanda: «Saremo felici mai?». Peretti la incontra ascoltando una canzone e riconosce, negli appunti accumulati durante la sua trentennale attività di degustatore e critico enogastronomico, un filo fino a quel momento rimasto nascosto. Quelle annotazioni dedicate al vino contenevano anche, quasi inconsapevolmente, una riflessione sulla felicità.
La risposta proposta dal libro non coincide con una formula ottimistica. Il bicchiere mezzo pieno evocato dal titolo deve essere osservato nella sua interezza, perché anche la parte vuota contiene qualcosa: l’ossigeno necessario al vino per aprirsi e sviluppare i propri profumi. Pieno e vuoto non rappresentano più soltanto ciò che possediamo e ciò che ci manca. La felicità comprende anche assenze, imperfezioni e pause e sembra manifestarsi soprattutto nella capacità di riconoscere valore ai frammenti dell’esperienza.
Dopo Esercizi spirituali per bevitori di vino e Manuale di autodifesa per astemi, questo è il terzo libro pubblicato da Peretti con Ampelos. Nel volume la componente intimista emerge con maggiore evidenza. Il punto di partenza è costituito da episodi vissuti o osservati, ai quali l’autore affida il compito di generare il pensiero più di quanto faccia una tesi dichiarata.
La struttura segue un ordine alfabetico. Alle diverse lettere corrispondono capitoli costruiti intorno a una parola, sviluppata attraverso un episodio, un incontro o un’associazione. Ogni testo può essere letto autonomamente, ma tutti restano uniti dalla stessa domanda di fondo e dalla presenza costante del vino. Partendo da una situazione quotidiana, Peretti si sposta verso la letteratura, la musica o la filosofia, per poi ritornare al bicchiere, spesso accompagnando il racconto con la descrizione di una o più etichette.

Nelle pagine compaiono, tra gli altri, Mario Soldati, Leibniz, Gianni Rodari, John Cage, Wim Wenders e Leonard Cohen. I riferimenti culturali non trasformano però il libro in un esercizio di erudizione. Servono piuttosto a cambiare il punto di osservazione, ampliare una scena apparentemente minima e collocare il vino all’interno di una trama più estesa di esperienze e significati.
Peretti conosce i linguaggi e i rituali del vino, ma nel racconto, come nella vita, li attraversa senza rigidità. Più spesso ne prende le distanze, come accade a proposito dell’uso del decanter, e riflette sull’opportunità di considerare senza preconcetti soluzioni quali il tappo a vite, il bag-in-box o il vino del supermercato. A orientare il suo sguardo è la curiosità, alimentata da un’apertura al nuovo che le impedisce di esaurirsi. Non si tratta di un esercizio di provocazione né di un azzeramento delle differenze qualitative.
La selezione dei vini attraversa territori, stili, fasce di prezzo e modalità di consumo con la naturalezza di chi ha assaggiato molto e continua a ritenere l’esplorazione essenziale per accrescere la conoscenza e il piacere dell’esperienza. Il percorso si muove, senza remore né limitazioni geografiche, da Château d’Yquem al Tavernello.
Considerati nel loro insieme, gli episodi riportano il vino dentro una concezione del piacere che presenta qualcosa di epicureo. Il centro non è la ricerca dell’eccezione, ma la capacità di attribuire valore alla misura, alla semplicità e alla continuità delle piccole cose. La felicità non coincide così con un momento straordinario, ma diventa una qualità del quotidiano.
Peretti applica la stessa idea al vino. Una bottiglia non deve essere rara, costosa o memorabile per avere un senso. Può trattarsi del vino condiviso con gli amici, di quello che accompagna un piatto semplice oppure di quello aperto alla fine della giornata. Il vino smette quindi di appartenere soltanto all’eccezione e torna a essere parte della regola: una presenza ordinaria che, proprio per questo, può entrare stabilmente nella vita.
Il passaggio assume anche un significato culturale. Quando il vino viene percepito soprattutto come un oggetto complesso, da conoscere, valutare e riservare alle grandi occasioni, diventa più difficile associarlo alla gioia minuta e ripetibile sulla quale si costruisce il benessere quotidiano. Peretti lo riconduce invece a una dimensione più semplice, senza impoverirlo: il vino come una delle cose buone della vita, non necessariamente una delle grandi cose.
Alla domanda iniziale il libro non risponde con una teoria o una promessa. La felicità descritta da Peretti è composta da istanti: una conversazione, un incontro, un ricordo, un piatto preparato con cura, un vino capace di sorprendere.
Il bicchiere mezzo pieno non rappresenta una consolazione, ma un modo di osservare ciò che esiste senza pretendere che tutto sia compiuto, perfetto o definitivo. Più che sapere se saremo felici una volta per tutte, conta imparare a riconoscere quando la felicità accade, nel presente, momento per momento.
Il profumo del bicchiere mezzo pieno
Autore: Angelo Peretti
Pagine: 270
Editore: Ampelos – www.edizioniampelos.it
Nota sull’autore
Angelo Peretti (Garda, 1959) si occupa di vino come giornalista e critico da più di trent’anni. Dirige il giornale on line The Internet Gourmet. Ha collaborato con le maggiori guide di settore, redatto piani strategici per consorzi di tutela e scritto manuali sui vini e sugli abbinamenti tra cibo e vino, tra i quali Vini e spumanti e Il Vino. Gli abbinamenti ideali, entrambi per Giunti. Per Edizioni Ampelos ha pubblicato il libro Esercizi spirituali per bevitori di vino (2023), per il quale è stato insignito del riconoscimento di autore dell’anno dai Wine Travel Awards e del premio Michele D’Innella da Vinibuoni d’Italia e Touring Club Italiano, e il pamphlet Manuale di autodifesa per astemi (2024).

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