martedì, Marzo 24, 2026
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Alcol e salute: lo studio UK Biobank riapre il confronto tra vino, birra e superalcolici

Si torna a discutere del rapporto tra vino e salute, un argomento che ciclicamente riemerge e che oggi trova nuovo spazio in un contesto in cui il legame tra alcol e benessere è sempre più osservato con attenzione. A incidere su questo rinnovato interesse sono sia il calo dei consumi registrato in diversi mercati maturi sia la crescente diffusione di stili di vita orientati alla salute.

A riaprire il confronto è uno studio che verrà presentato durante la prossima sessione scientifica dell’American College of Cardiology, costruito sui dati della UK Biobank.

La ricerca, coordinata da Zhangling Chen, ricercatore del Secondo Ospedale Xiangya della Central South University in Cina, avrebbe preso in esame le abitudini di consumo e gli esiti di salute di oltre 340mila adulti nel Regno Unito, seguiti per un periodo di circa 13 anni.

La quantità di alcol consumata sarebbe stata rilevata tramite questionari alimentari e poi convertita in grammi di alcol puro: circa 14 grammi per una birra da 355 ml, un calice di vino da 150 ml o un bicchierino di superalcolico. In base a questi parametri, i partecipanti sarebbero stati classificati in differenti livelli di consumo, da occasionale a elevato.

I risultati confermerebbero un elemento già consolidato: un consumo elevato di alcol sarebbe collegato a un aumento rilevante della mortalità. Rispetto ai non bevitori o a chi consuma saltuariamente, i forti bevitori mostrerebbero un rischio maggiore per tutte le cause (+24%), per i tumori (+36%) e per le patologie cardiovascolari (+14%).

Le differenze più rilevanti emergerebbero però nei livelli più contenuti di consumo. A parità di quantità, birra, sidro e superalcolici risulterebbero associati a un incremento del rischio cardiovascolare (+9%), mentre il vino evidenzierebbe un andamento differente. Nei consumatori moderati si registrerebbe infatti una riduzione del 21% del rischio di morte per cause cardiovascolari rispetto ai non bevitori.

Un dato che, se interpretato in modo superficiale, potrebbe far pensare a una distinzione netta tra le diverse tipologie di bevande alcoliche. Proprio su questo aspetto, tuttavia, è necessario mantenere prudenza.

Si tratterebbe infatti di uno studio osservazionale prospettico, basato su informazioni auto-dichiarate e raccolte in una fase iniziale. Un’impostazione che consente di individuare correlazioni, ma non di stabilire rapporti di causa-effetto.

Nel complesso, la letteratura disponibile tenderebbe a convergere su un punto: nei consumi moderati il vino sarebbe associato a esiti differenti. Ciò non significherebbe però che sia la bevanda in sé a determinarli. Le analisi suggerirebbero piuttosto che chi consuma vino presenti, mediamente, abitudini alimentari e stili di vita diversi.

Il vino verrebbe più spesso consumato durante i pasti, con tempi più dilatati e all’interno di diete generalmente più equilibrate. Birra e superalcolici, al contrario, risulterebbero più frequentemente associati a consumi fuori pasto e a contesti meno strutturati.

Questo elemento si inserirebbe in un quadro più ampio, segnato da un progressivo rallentamento dei consumi di alcol negli Stati Uniti, dove una quota crescente di persone dichiarerebbe di ridurne o limitarne l’assunzione. In questo scenario, la birra resterebbe la bevanda più diffusa, seguita dai superalcolici e, solo successivamente, dal vino. Dati che sembrerebbero riflettere modelli di consumo differenti.

Da qui il tema si amplia ulteriormente. Il modello storicamente associato al vino — fatto di consumo durante i pasti, convivialità e ritualità — sarebbe oggi in evoluzione: i tempi si ridurrebbero, le occasioni diventerebbero più individuali e i momenti di consumo più frammentati.

In questo contesto, la questione non riguarderebbe soltanto le eventuali differenze negli effetti del vino, ma anche la possibilità che, in futuro, permangano le condizioni che hanno finora contribuito a determinarle.

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