L’idea del vino rosso come scelta esclusivamente invernale è stata a lungo una delle convenzioni più resistenti del racconto enologico. In tavola nei mesi freddi, in cantina durante l’estate: una distinzione talmente consolidata da apparire quasi naturale, più che frutto di un’abitudine culturale.
Ai mesi caldi venivano associati soprattutto bianchi, rosati e bollicine. Il rosso rimaneva ai margini, come se non potesse trovare posto in una cena in terrazza, in un pranzo vista mare, in una grigliata di pesce tra amici o in un aperitivo destinato a proseguire fino al tramonto.
Da tempo, però, questo immaginario viene sottoposto a una lenta rilettura. Sommelier, produttori, giornalisti e comunicatori del vino lavorano da anni per mettere in discussione l’idea che il rosso appartenga a una sola stagione e a una sola tavola.
A sostenere questa revisione è anche un elemento semplice: non tutti i rossi sono uguali. Alcuni sembrano dare il meglio di sé a temperature di servizio più basse e accompagnano con naturalezza una cucina più essenziale e meno strutturata, nella quale freschezza e bevibilità contano quanto complessità e profondità.
I luoghi comuni, tuttavia, richiedono tempo per cambiare. Per questo meritano attenzione i segnali emersi dalle ricerche online, che potrebbero suggerire come quel lavoro culturale stia iniziando a entrare anche nell’immaginario di chi sceglie e beve vino.
L’ultimo Summergeist Trends Report di Google, rilanciato nei giorni scorsi da “The Drinks Business”, segnalerebbe infatti i “chilled red wines”, i vini rossi serviti freschi, tra le principali tendenze. Il dato è lineare: diminuirebbero le ricerche espresse sotto forma di domanda sulla possibilità stessa di servire fresco un vino rosso, mentre crescerebbero quelle dedicate alle tipologie che meglio si prestano a questa modalità di consumo.
Non si tratta della certificazione di un cambiamento del mercato, ma della rilevazione di una significativa evoluzione nell’approccio al tema, possibile indizio di una trasformazione dell’immaginario. Superata la domanda sul “se”, sembrerebbe affacciarsi quella sul “quale”: la curiosità prenderebbe il posto della diffidenza.
È da qui che vale la pena ripartire dai vitigni italiani. Dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, il patrimonio disponibile non è nato per inseguire una tendenza, ma, per caratteristiche varietali e per gli stili con cui viene interpretato, sembra dialogare con naturalezza con queste nuove occasioni di consumo.
Non esistono vitigni a bacca rossa “estivi” in senso stretto. Esistono, però, varietà capaci di mantenere equilibrio e piacevolezza anche quando la temperatura di servizio si abbassa, grazie ad acidità, tessitura tannica, profilo aromatico e stile produttivo.
La Schiava, il Frappato, il Rossese di Dolceacqua, il Piedirosso, il Palaverga, il Ciliegiolo, il Bardolino, il Lambrusco di Sorbara e alcune interpretazioni del Valpolicella Classico ne sono esempi. Provengono da territori molto diversi tra loro, ma condividono una qualità che il racconto del vino ha spesso lasciato sullo sfondo: una naturale vocazione alla bevibilità, senza rinunciare a identità, profondità e riconoscibilità.
Nelle prossime settimane partiremo proprio da questo punto. Non per cercare il rosso perfetto dell’estate, ma per rileggere e raccontare alcuni vitigni italiani alla luce di una domanda che sembra nuova, pur parlando di vini che conosciamo da sempre.
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