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Vino italiano, Uiv: giacenze oltre 53 milioni di ettolitri e prezzi in calo

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Il vino italiano torna a fare i conti con il tema delle giacenze. A maggio, secondo l’analisi dell’Osservatorio Uiv presentata a Roma, gli stock in cantina tra vino e mosti hanno superato i 53 milioni di ettolitri, in crescita del 7,3% rispetto a maggio 2025.

Il volume corrisponde a un’intera vendemmia ferma in cantina e rappresenta il livello più alto dal 2022. Il dato arriva nonostante tre vendemmie light consecutive tra il 2023 e il 2025. Nel 2022, invece, le scorte elevate erano legate a un raccolto extra-large da quasi 50 milioni di ettolitri.

Uiv richiama il settore al riequilibrio produttivo

Il quadro è stato al centro dell’assemblea generale annuale di Unione italiana vini (Uiv), principale associazione di rappresentanza delle imprese vitivinicole italiane. Il presidente Lamberto Frescobaldi ha posto l’accento sulla necessità di intervenire sul rapporto tra produzione e mercato.

“Meglio una decisione sbagliata che nessuna decisione”.

“Nelle attuali condizioni di mercato anche una vendemmia da 44 milioni di ettolitri non è più sostenibile – ha proseguito –. È il momento di assumersi la responsabilità di scelte coraggiose, anche se impopolari, perché l’immobilismo sta già costando al settore molto più di qualsiasi intervento di riequilibrio: l’iperproduzione sta impattando su valore e redditività lungo tutta la filiera. Dobbiamo tutelare un comparto che vale l’1,1% del Pil e che contribuisce in maniera determinante non solo al saldo della bilancia commerciale (+7,2 miliardi di euro), ma alla ricchezza dei territori e alla salvaguardia del paesaggio”.

Domanda debole in Italia e all’estero

L’aumento degli stock si inserisce in una fase di domanda debole. Sul mercato interno, i consumi nella Gdo tra gennaio e maggio 2026 risultano in calo del 2% rispetto allo stesso periodo del 2025.

Sul fronte internazionale, il consuntivo dell’export vino nel primo trimestre indica una flessione del 4% a volume e dell’8,3% a valore. Giacenze elevate, consumi fermi ed export in arretramento rendono più complessa la collocazione del prodotto sul mercato.

Declassamenti in aumento

Le difficoltà di vendita stanno spingendo i declassamenti, cioè la riclassificazione del vino in una categoria inferiore: da Docg a Doc, da Doc a Igt o a vino comune.

Secondo l’Osservatorio Uiv, le cantine stanno spostando parte delle giacenze verso il vino comune, categoria considerata più facilmente collocabile. Una scelta che consente di alleggerire gli stock, ma che contribuisce a ridurre il valore medio del prodotto.

Prezzi dello sfuso sotto pressione

Gli effetti dei declassamenti si riflettono sui prezzi dello sfuso. Nei primi cinque mesi dell’anno le quotazioni sono diminuite del 6% per i Dop, del 7% per gli Igp e del 14,4% per i vini comuni.

Proprio i vini comuni assorbono il 75% dei declassamenti e registrano il prezzo medio più basso, pari a 54 centesimi al litro.

Castelletti: produzione da programmare sul mercato

Il segretario generale di Uiv, Paolo Castelletti, ha indicato la necessità di intervenire sull’impianto normativo per rendere la produzione più coerente con l’andamento della domanda.

“È necessario aggiornare l’impianto normativo per regolamentare e razionalizzare il settore: la produzione va programmata in funzione del mercato – ha aggiunto il segretario generale Paolo Castelletti –. Abbiamo riscontrato che oggi una bottiglia su cinque viene declassata, ed è una pratica che rischia di innescare un effetto a valanga: il vino scende di categoria, i volumi si accumulano alla base della piramide qualitativa e ad essere travolti sono i prezzi. Sotto il peso di un’offerta eccessiva si è già eroso più di mezzo miliardo di euro di valore potenziale annuo”.

Oltre mezzo miliardo di valore eroso

Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio Uiv, ogni cambio di registro comporta una riduzione del valore iniziale. Per i vini Dop, la perdita stimata è di 364 milioni di euro, pari al 10%. Per gli Igp, la decurtazione è di 152 milioni di euro, pari al 14%.

Nel complesso, il valore potenziale eroso raggiunge 516 milioni di euro, pari all’11%.

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