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Vinaltum 2026 porta il vino nel cuore di Bolzano

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La terza edizione di Vinaltum ha scelto per la prima volta il cuore di Bolzano come palcoscenico: il 17 e 18 maggio, gli spazi di Castel Mareccio — storica residenza medievale circondata da vigneti coltivati a Lagrein — hanno ospitato oltre ottanta produttori italiani e internazionali, degustazioni guidate, masterclass e wine talk aperti sia agli appassionati sia agli operatori del settore.

Il trasferimento nel centro della città altoatesina segna un momento di svolta per la manifestazione, nata da un’idea di Danilo D’Ambra, Luciano Rappo e Rinaldo Hauser con la collaborazione di Pietro Cormaci. Dopo le prime due edizioni organizzate fuori dal centro cittadino, la scelta di Castel Mareccio — uno dei luoghi storicamente più legati al commercio del vino nel territorio — ha permesso all’evento di costruire nuove collaborazioni con alcune realtà dell’ospitalità e del lifestyle altoatesino: dal Goldenstern Townhouse a Castel Hörtenberg, fino a Franz Kraler, oltre alla partnership con FISAR Alto Adige.

Il programma ha distribuito le due giornate su pubblici diversi: domenica aperta agli appassionati, lunedì dedicato a buyer, ristoratori, sommelier e professionisti horeca. Tra i banchi d’assaggio, produttori provenienti da Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte, Toscana, Sicilia e Stati Uniti, insieme a distributori come Proposta Vini e Partesa, con approfondimenti dedicati ai vitigni PIWI.

Le masterclass e i wine talk hanno affrontato temi legati ai territori e alle verticali storiche: dalla Franciacorta de Le Marchesine alla Barbera Superiore de La Ghersa, fino alla verticale dedicata al Solaris Piwi di Werner Morandell. Un filo conduttore preciso: ridurre il tecnicismo esasperato e restituire alla degustazione una dimensione più dialogica e condivisa.

«Mi piace pensare che questo diventi un salotto del vino», racconta Luciano Rappo, tra i fondatori della manifestazione. «Oggi servono eventi dove ci si possa fermare, parlare, capire.»

La selezione dei produttori riflette questa filosofia. «Non cerchiamo il produttore più famoso», osserva Rappo. «Ci interessa chi riesce davvero a rappresentare un territorio, un carattere, un’identità precisa.»

Danilo D’Ambra, presidente FISAR Bolzano e Bassa Atesina, inquadra il tema dentro una trasformazione più ampia. «Una volta al centro della tavola c’era sempre una bottiglia di vino. Oggi non è più così. Sono cambiati i tempi della convivialità e anche il rapporto quotidiano con il vino». Da qui la spinta verso linguaggi più accessibili. «Siamo tutti sommelier, lavoriamo nel settore, ma il vino deve poter essere davvero di tutti».

Uno degli strumenti scelti per avvicinarsi a un pubblico più giovane è “Calice Maestro”: piccoli gruppi accompagnati dai sommelier direttamente tra i produttori, per costruire un approccio meno intimidatorio alla degustazione. I risultati sembrano incoraggianti. «Quello che ci ha colpito è stata soprattutto la preparazione e la curiosità dei ragazzi», spiega Rinaldo Hauser. «Si dice spesso che i giovani si stiano allontanando da questo mondo, ma qui a Vinaltum abbiamo visto persone che volevano capire, fare domande, approfondire».

Hauser insiste sulla dimensione conviviale come antidoto all’autoreferenzialità. «Se continuiamo a parlarne soltanto in maniera tecnica o autoreferenziale rischiamo di perdere il contatto con le persone».

Pietro Cormaci chiude con la logica della selezione. «Ci piace selezionare produttori magari meno presenti nelle carte vini o nelle enoteche, aziende che abbiano qualcosa da raccontare dal punto di vista territoriale e culturale».

Tra conversazioni che si allungano oltre gli orari ufficiali e degustazioni che diventano occasioni di confronto, Vinaltum sembra aver trovato una direzione riconoscibile: meno fiera, più ascolto.

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