A Valtènesi in Rosa 2026 produttori e Consorzio hanno ripercorso l’evoluzione della denominazione, sempre più orientata a costruire la propria identità attorno ai vini rosati e al Tra Salò e Desenzano del Garda il paesaggio cambia continuamente forma: le colline moreniche accompagnano dolcemente il lago, mentre vigneti, ulivi e agrumi convivono in un microclima mite che da secoli favorisce una viticoltura fatta di equilibrio, gradualità delle maturazioni e ricerca della freschezza.
In questo territorio il vino rosato non rappresenta una risposta recente alle dinamiche del mercato. Fa parte da tempo della cultura produttiva locale, del lavoro sul Groppello e di una tradizione che risale alla fine dell’Ottocento, quando il senatore Pompeo Molmenti mise a punto a Moniga del Garda una tecnica di vinificazione studiata per ottenere vini dal colore tenue, freschi ed eleganti attraverso brevi macerazioni delle bucce e una lavorazione specifica dedicata ai rosé.
Per lungo tempo, però, questa vocazione è rimasta in secondo piano. I vini rosa della Valtènesi erano presenti da anni, ma non coincidevano ancora con il centro identitario della denominazione. È su questo passaggio che, negli ultimi quindici anni, produttori e Consorzio hanno iniziato a lavorare ridefinendo progressivamente il ruolo del rosato nel territorio.
Valtènesi in Rosa 2026 è stata anche l’occasione per ripercorrere questa evoluzione. Dal 21 al 23 maggio la manifestazione ha riunito produttori, stampa e operatori in una tre giorni articolata tra degustazioni, visite in cantina e momenti di confronto dedicati alla trasformazione della denominazione e alla direzione che il territorio sembra voler consolidare nei prossimi anni.
Dal Metodo Molmenti alla ridefinizione della denominazione
Nel convegno ospitato il 22 maggio a Villa Bertanzi, storica dimora di Moniga del Garda legata alla figura di Pompeo Molmenti, produttori, tecnici e rappresentanti del Consorzio hanno ripercorso le tappe che hanno portato la Valtènesi a ridefinire progressivamente la propria identità attorno al vino rosa.
Yuri Pagani, direttore del Consorzio Valtènesi, ha introdotto il tema parlando di una denominazione oggi impegnata in una fase di ulteriore consolidamento identitario, legata sia alla caratterizzazione delle produzioni sia alla necessità di costruire una comunicazione più chiara e riconoscibile.
All’interno di questo percorso si inserisce anche il lavoro portato avanti negli anni da Carlo Alberto Panont, tra le figure che hanno contribuito maggiormente alla definizione tecnica e stilistica della denominazione.
«Non era il primo pensiero», ha spiegato Panont, ricordando come fino ai primi anni Duemila il rosé fosse spesso considerato una produzione complementare rispetto ai rossi del territorio.
La riflessione avviata dal 2008 attorno a Italia in Rosa, la storica manifestazione dedicata ai vini rosati italiani nata proprio a Moniga del Garda, ha contribuito ad aprire un confronto più profondo sulla vocazione della denominazione. Da lì sono arrivati il lavoro sul disciplinare, una definizione più precisa del ruolo del Groppello e una progressiva ricerca di continuità stilistica.
«Questo vino per noi oggi è la denominazione», ha affermato Panont.
Il Groppello e la costruzione di uno stile
Alla base del rosato della Valtènesi c’è soprattutto il Groppello Gentile, vitigno storico del Garda bresciano considerato tra i più antichi d’Italia. È un’uva caratterizzata da buccia sottile, profili floreali e note speziate spesso riconducibili al pepe nero.
Nel blend possono entrare anche Marzemino, Barbera e Sangiovese. Il Marzemino contribuisce alla componente aromatica e fruttata, la Barbera apporta freschezza e tensione, mentre il Sangiovese lavora soprattutto sull’equilibrio complessivo del vino.
Dal confronto tra produttori ed enologi è emersa la volontà di definire un profilo stilistico sempre più riconoscibile. Colori più tenui, precisione aromatica, controllo delle estrazioni, freschezza e vocazione gastronomica rappresentano alcuni degli elementi su cui il territorio lavora da anni.
Mattia Vezzola, produttore gardesano e figura centrale nel percorso qualitativo della denominazione, ha parlato di “viticoltura dedicata”, spiegando come il Groppello richieda basse rese, raccolta manuale e una gestione agronomica particolarmente attenta.
Secondo Vezzola, il cambiamento della Valtènesi è iniziato quando il vino rosa ha smesso di essere considerato una produzione accessoria ed è diventato il centro del lavoro identitario della denominazione.
Vezzola ha richiamato anche il tema della longevità, sostenendo che il valore di questi vini non debba essere legato soltanto alla freschezza immediata ma anche alla capacità di evolvere nel tempo.
Il confronto con la Provenza
All’interno di questo percorso si inserisce anche il rapporto sviluppato negli anni con la Provenza. Alessandro Luzzago, presidente del Consorzio per oltre dieci anni e tra i promotori del confronto con il principale territorio mondiale specializzato nei rosati, ha ripercorso il lavoro svolto insieme alla realtà francese.
Tra il 2015 e il 2019 trenta campioni di vini della Valtènesi sono stati inviati ogni anno al centro di ricerca provenzale per essere degustati, analizzati e confrontati con i vini francesi.
«Non volevamo copiare la Provenza», ha spiegato Luzzago. «Volevamo capire meglio la nostra identità».
Da questo lavoro sono poi nati i progetti europei condivisi con il Comité Interprofessionnel des Vins de Provence e il progetto Rosé Connection, sviluppato per promuovere nei mercati europei vini rosa legati all’origine e alle denominazioni.
Caroline Benetti, responsabile marketing e comunicazione del CIVP (Conseil Interprofessionnel Des Vins De Provence), ha ricordato come Provenza e Valtènesi condividano una stessa idea di vino fondata su savoir-faire, territorialità e cultura produttiva.
Secondo Benetti, il tema centrale oggi è difendere il valore culturale delle denominazioni in un mercato caratterizzato dalla crescita di rosati industriali privi di identità territoriale.
La collaborazione tra i due territori guarda anche alle nuove generazioni e alla necessità di costruire una comunicazione più leggibile attorno ai vini rosa DOP.
Vino, Garda e racconto del territorio
Parallelamente il Consorzio Valtènesi sta lavorando anche sul rapporto tra vino, ospitalità e gastronomia attraverso il progetto “Valtènesi IN…”, il calendario diffuso di appuntamenti che coinvolge ristorazione e territorio gardesano.
Le degustazioni organizzate con Gambero Rosso alla Casa del Vino della Valtènesi e le visite nelle aziende del territorio hanno mostrato la volontà di rendere questa evoluzione più comprensibile anche all’esterno del Garda.
Una richiesta che coinvolge inevitabilmente anche giornalisti, comunicatori e divulgatori chiamati oggi non soltanto a degustare questi vini, ma anche a comprenderne il percorso e la trasformazione.
Le prossime tappe della denominazione
La tre giorni ha mostrato anche la volontà di proseguire nel lavoro di definizione identitaria della denominazione.
Non esistono ancora comunicazioni ufficiali, ma durante gli incontri è stato più volte lasciato intendere che all’interno del Consorzio sia già aperta una riflessione su ulteriori possibili modifiche del disciplinare, con l’obiettivo di rafforzare riconoscibilità, coerenza produttiva e legame territoriale.
La direzione appare comunque chiara da tempo: fare del rosato il centro produttivo e culturale della Valtènesi.
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