Il settore vitivinicolo francese affronta la crisi dei consumi con una svolta normativa destinata a far discutere: l’INAO (Institut national de l’origine et de la qualité) ha autorizzato lo zuccheraggio per i vini a Denominazione di Origine Controllata, aprendo una strada finora riservata agli IGP e allo Champagne. La decisione coinvolge le AOC (Appellation d’Origine Contrôlée), l’equivalente transalpino delle DOP italiane, e rappresenta una risposta concreta alle difficoltà di mercato che stanno mettendo in ginocchio alcune delle zone produttive più rappresentative d’Oltralpe.
Una pratica che divide l’Europa del vino
L’intervento autorizzato non riguarda l’aggiunta di zuccheri durante la fermentazione – pratica proibita in Italia e in altri Paesi mediterranei – ma l’aggiunta controllata di post-fermentazione per modulare il profilo gustativo dei vini, rendendoli meno secchi e più accessibili al palato contemporaneo. L’obiettivo dichiarato è attenuare la percezione di tannini marcati e acidità pronunciata, caratteristiche che sembrano allontanare fasce crescenti di consumatori.
La regolamentazione fissa limiti precisi: massimo 9 grammi per litro di zucchero residuo nel prodotto finito, con intervento possibile solo dopo il 1° novembre. Lo zucchero deve provenire esclusivamente dalla filiera vitivinicola – mosto concentrato o rettificato – e dalla medesima zona di produzione del vino. Vietato l’utilizzo di zuccheri esterni al comparto uva.
Bordeaux in prima linea, ma l’interesse si allarga
A spingere con forza per questa apertura normativa è stata soprattutto Bordeaux, territorio simbolo del vino francese ma da anni in sofferenza profonda, specialmente sul fronte dei rossi. La crisi ha già portato a decisioni dolorose come gli espianti di vigneto. Per la denominazione bordolese, qualora decidesse di adottare la misura, varrebbero vincoli ancora più stringenti: limite massimo a 7 grammi per litro. Anche le Côtes-du-Rhône hanno manifestato interesse verso questa possibilità.
Il passaggio cruciale: modificare i disciplinari
La vera partita si giocherà nei prossimi mesi. Dal febbraio 2026, ogni singola AOC dovrà decidere autonomamente se integrare o meno questa opzione nel proprio disciplinare di produzione. Non si tratta quindi di un’imposizione dall’alto, ma di una facoltà che ciascun territorio valuterà in base alle proprie specificità produttive e alle strategie di posizionamento. Gli esiti potrebbero essere molto differenziati, disegnando una Francia del vino a più velocità anche sul piano regolamentare.
Emergenza o nuovo modello?
Resta aperta la domanda di fondo: questa manovra è una risposta tattica e temporanea alla contrazione dei consumi o segna l’inizio di un riposizionamento strategico più profondo? La questione non è marginale. Se la misura dovesse diffondersi e consolidarsi, potrebbe ridefinire gli equilibri competitivi tra le diverse regioni vitivinicole europee, con ricadute sull’identità stessa delle denominazioni e sulla percezione qualitativa dei vini francesi sui mercati internazionali. Il vero banco di prova sarà l’accoglienza da parte dei consumatori e la capacità di questa apertura di invertire le tendenze negative senza compromettere la reputazione costruita in secoli di tradizione.
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