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Valpolicella, un sistema che regge: mercati in evoluzione, identità invariata

La Valpolicella lavora per mantenere il proprio posizionamento. Il punto con il Presidente del Consorzio di Tutela dei Vini Valpolicella Christian Marchesini.

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La Valpolicella è una denominazione abituata a misurare il tempo in anni di cantina. Eppure il momento che sta attraversando ha un’urgenza tutta contemporanea: mercati che si riassestano, nuove geografie di consumo, pressioni geopolitiche che si traducono in magazzini pieni e ordini fermi. Con 8.600 ettari vitati e un giro d’affari superiore ai 600 milioni di euro, il territorio ha la struttura per reggere. La domanda, semmai, è come continuare a essere riconoscibile dentro un contesto che cambia velocemente.

Abbiamo incontrato Christian Marchesini, presidente del Consorzio Tutela Vini Valpolicella, a Vinitaly.

Una fase difficile, ma non inedita

Il punto di partenza è onesto: il settore soffre, e la Valpolicella non fa eccezione. «È una fase complessa, ma non riguarda solo il nostro settore», osserva Marchesini. «Dazi, guerre, minore disponibilità economica e campagne salutistiche stanno incidendo in modo trasversale».

La risposta interna è stata quella di stringere i ranghi. «Lo abbiamo visto anche qui a Vinitaly — spiega — nella collettiva del Consorzio siamo passati da 20 a 30 aziende. È un segnale importante, perché nei momenti più difficili fare squadra diventa fondamentale per comunicare la forza della denominazione».

Il nodo americano

Il mercato più critico rimane quello statunitense, da sempre riferimento storico per i vini della Valpolicella. Il quadro che emerge è quello di una domanda strutturalmente in calo, complicata da dinamiche speculative che hanno prodotto eccessi di stock difficili da smaltire.

«Negli ultimi anni i consumi calano mediamente del 2–3%. Un calo che è stato coperto prima dal Covid, con fenomeni di accaparramento, e poi dalle ipotesi di dazi, che hanno portato gli importatori a fare stock. Oggi però quel prodotto è ancora a magazzino».

La strategia non può quindi limitarsi a presidiare i mercati tradizionali. «Non possiamo limitarci alle coste, che sono mercati maturi e saturi. California e New York sono difficili: per crescere dovremmo sottrarre quote ad altri. Per questo stiamo lavorando su nuovi Stati, come Texas e Florida, dove emergono dinamiche diverse. C’è anche una componente culturale: alcune comunità, come quella ispanica, mostrano una maggiore affinità con alcune nostre tipologie, come il Ripasso».

È proprio il Ripasso a reggere meglio in questa congiuntura. «Dal punto di vista dell’imbottigliamento è una delle referenze che tiene meglio — sottolinea Marchesini — e su queste basi stiamo costruendo iniziative promozionali mirate, proprio in quei mercati per noi meno tradizionali».

La piramide come risorsa

Sul piano produttivo, la denominazione non sente la necessità di rimettere mano al disciplinare. La piramide tipologica — Valpolicella, Valpolicella Superiore, Ripasso, Amarone, Recioto — viene percepita come un asset già calibrato per rispondere a stili di consumo diversi.

«Abbiamo un disciplinare molto preciso, ma anche sufficientemente elastico. All’interno del sistema abbiamo cinque referenze — dal Valpolicella, con una gradazione minima di 11 gradi, fino al Superiore, al Ripasso, all’Amarone e al Recioto — e questo ci consente di rispondere ai diversi stili di consumo senza modificarlo».

Anche sul fronte climatico, la denominazione dispone di margini già definiti: «L’areale è stato definito già nel 1968 includendo anche altitudini importanti. Negli ultimi vent’anni abbiamo già utilizzato questa variabilità per adattarci al cambiamento climatico».

Mercati emergenti e un ritorno al passato

Accanto ai mercati consolidati, il Consorzio guarda con interesse a geografie meno esplorate. Nei prossimi tre anni, investimenti per oltre 6 milioni di euro toccheranno sia i mercati maturi — Stati Uniti, Canada, Nord Europa — sia quelli emergenti, come Asia e Sud-Est asiatico.

Ma c’è anche un recupero di memoria storica. «Negli anni ’60 guardando alle esportazioni il Brasile era il secondo mercato per la Valpolicella. Oggi potremmo tornare a essere attrattivi nell’area Mercosur. E poi c’è l’India, che ha ridotto i dazi: è un mercato complesso, ma di grande potenziale, dove serve un lavoro culturale oltre che commerciale».

L’appassimento verso l’Unesco

Dentro questo quadro commerciale si inserisce anche un progetto identitario di lungo respiro: la candidatura del rito della messa a riposo delle uve a patrimonio immateriale dell’Unesco. «Il percorso per il riconoscimento Unesco del rito della messa a riposo delle uve è il riconoscimento di una cultura che si tramanda da oltre 1500 anni. È un lavoro che riguarda tutta la comunità della Valpolicella».

L’appassimento, per la Valpolicella, non è solo una tecnica produttiva. È uno dei principali linguaggi attraverso cui la denominazione continua a costruire la propria riconoscibilità oltre i confini del territorio.

Governance e sostenibilità

Sul piano della gestione dell’offerta, il blocco degli impianti introdotto nel 2010 ha fissato il tetto a 8.600 ettari, mentre i controlli sulle rese interessano ogni anno circa il 25% della superficie vitata.

Anche sul fronte della sostenibilità, i numeri sono significativi: nel 2025 il 52% della superficie è risultata certificata tra sostenibile e biologico, con l’obiettivo di superare il 60% nel 2026.

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