Il mondo del vino italiano si trova di fronte a una svolta potenzialmente decisiva. Sette varietà di vite resistenti alle malattie fungine, tutte originate dalla Glera, sono state introdotte recentemente nel panorama vitivinicolo nazionale, riaccendendo il confronto sui vitigni Piwi e aprendo interrogativi cruciali sul destino normativo del Prosecco.
Cosa sono i Piwi e perché cambiano le regole del gioco
Il termine Piwi, acronimo tedesco “Pilzwiderstandsfähig” e designa viti geneticamente dotate di una forte resistenza naturale contro le principali patologie fungine della vite: peronospora e oidio. Si tratta delle malattie che, nelle cultivar tradizionali, obbligano i viticoltori a ripetuti interventi con prodotti fitosanitari nel corso dell’annata.
La potenzialità di abbattere drasticamente l’impiego di agrofarmaci nei vigneti rappresenta il valore centrale di queste varietà. Gli effetti si misurano su diversi fronti: minore pressione ambientale, protezione rafforzata per chi lavora in campagna e contenimento dei costi produttivi, tre elementi che rispondono alle crescenti richieste di sostenibilità provenienti sia dal mercato che dalle comunità che vivono nelle zone viticole.
Glera e territorio: una questione che va oltre la tecnica
Per la Glera, la questione assume contorni particolari. Le aree del Nord-Est dove si produce il Prosecco figurano tra i distretti vitivinicoli a maggiore densità impiantiva in Europa, con vigneti che si inseriscono in un tessuto fatto di abitazioni, strade e servizi. In questo contesto, le varietà resistenti non sono solo un’innovazione agronomica ma uno strumento per riequilibrare il rapporto tra coltivazione della vite e vita del territorio.
Chi c’è dietro le nuove selezioni
Quattro delle sette varietà sono frutto del lavoro dei Vivai Cooperativi Rauscedo, che da anni portano avanti un programma di miglioramento genetico oggi giunto a maturazione. Le restanti tre provengono dall’attività scientifica del CREA Viticoltura ed Enologia con sede a Conegliano.
Le selezioni firmate Rauscedo sono attualmente in iter di registrazione presso il Registro Varietale Nazionale e potrebbero entrare in commercio tra il 2026 e il 2027. Quelle del CREA seguiranno con un orizzonte temporale che parte dalla fine del 2027.
Sul piano tecnico, le varietà mostrano profili diversificati per acidità, componente aromatica, rese produttive e capacità di adattamento territoriale, ma tutte conservano il legame varietale con la Glera originaria, un aspetto fondamentale dal punto di vista identitario.
Il blocco normativo che frena l’Italia
Pur in presenza di risultati scientifici consolidati, il sistema regolatorio italiano costituisce oggi un ostacolo alla diffusione dei vitigni resistenti. La legislazione nazionale esclude infatti la possibilità di impiegare i Piwi nella produzione di vini a denominazione di origine, limitandone l’utilizzo ai vini comuni e alle Indicazioni Geografiche Tipiche.
Una posizione che segna una distanza crescente rispetto all’evoluzione normativa europea. Con il Regolamento UE 2021/2117, Bruxelles ha infatti aperto le porte all’utilizzo delle varietà resistenti anche nelle Denominazioni di Origine Protetta, una strada già percorsa da Francia, Germania e Svizzera. Oltralpe, ad esempio, i Piwi sono stati autorizzati in denominazioni di primo piano come Champagne e Bordeaux, pur con vincoli sulle percentuali di superficie ammessa.
I dati parlano chiaro: a fronte di circa 680.000 ettari di vigneto complessivo in Italia, le superfici destinate ai Piwi non superano i 3.600 ettari, appena lo 0,5% del totale, una quota nettamente inferiore a quella di altri Paesi europei.
Perché il Prosecco può fare la differenza
L’arrivo di varietà resistenti derivate dalla Glera innesca però una dinamica diversa. Il Prosecco costituisce oggi il primo motore del vino italiano per volumi produttivi e flussi export, con oltre 800 milioni di bottiglie prodotte ogni anno. Un sistema di questa portata economica e commerciale ha il peso specifico per influenzare anche le scelte normative.
L’attenzione mostrata dai Consorzi di tutela del Prosecco e da altre denominazioni del Triveneto indica l’inizio di una riflessione strategica: non si tratta di sostituire il vitigno storico, ma di accompagnarne l’evoluzione in modo controllato per renderlo più adatto ad affrontare le sfide ambientali e climatiche dei decenni a venire.
Un test per l’intero sistema delle denominazioni
La questione dei Piwi, con la Glera come caso emblematico, si configura quindi come una delle prove più significative che attendono il sistema delle denominazioni italiane. Un sistema chiamato a trovare un punto di sintesi tra la difesa dell’identità varietale e la necessità di rispondere concretamente alle trasformazioni in atto nel clima, nell’economia e nella sensibilità sociale verso l’ambiente.
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